estonoespoesia
collection I
le cose che posso dire solo con l'inchiostro
“La higuera suelta la hoja en octubre y no llora.”
No todo lo que se va, se pierde.

Di ccà sî?

Di ccà sî? Me lo chiede il fruttivendolo. Non me lo chiede gentile me lo chiede sicuro. Come chi ha già deciso e vuole solo la conferma.
E io dico di sì. Catanese sugnu. Mi esce così, di pancia, prima del pensiero, nella lingua che non ho studiato e che so.
E poi e poi comincio a smontarla. Hmm. Beh. In realtà non sono cresciuta qui, su quest'isola delle meraviglie e del futuro incerto. -in realtà ci vengo- -in realtà d'estate- Sono nata qui. In un ospedale a venti minuti da questo banco. Il mio nome sta scritto in un registro di questa città da prima che sapessi che si potesse stare da un'altra parte. E lo dico lo stesso: in realtà. Come se nascere fosse un dettaglio. Come se la lingua me la fossi trovata per strada.
-in realtà- (vengo a trovare i miei nonni. Anche se non ci sono più. Vengo a respirare la loro aria perché è da tanto che non li sento vicini.) -in realtà-
E lui alza la mano. Quel gesto. Quello che vuol dire ma per favore. Quello che vuol dire a me queste cose non me le devi spiegare. E dice: e cu' ti dissi ca no?
Nessuno. Nessuno me l'ha mai detto. Perché lui l'ha sentito. L'ha sentito prima di me. Nella o. Nella o che mi si allunga quando sono stanca. Nel modo in cui dico allora come se fosse una porta che si apre. Nelle mani sempre le mani, che parlano prima della bocca, che parlano anche quando sto zitta, che mi hanno tradita in ogni città in cui ho provato a essere di nessuno.
Non mi ha chiesto da dove vengo. Mi ha chiesto se sono di ccà. È una domanda a cui si risponde sì o no. Io ci ho risposto con un paragrafo. E lui mi ha messo in mano tre sanguinelli e non me li ha fatti pagare. Il sangue, qui, lo regalano al mercato. Questa terra non me lo sta chiedendo. Questa terra non sta aspettando che io mi giustifichi. Mi ha già riconosciuta alla vocale. Mi ha già messo il sangue in mano.
Di ccà sî? Catanese sugnu. Sono trent'anni che me lo dico da sola. Il controllo me lo faccio io. Ogni volta. Alla dogana di me stessa, dove sono io la guardia e io quella che passa e non mi lascio passare mai.
La cosa più vera è che sono nata qui, che questa lingua è mia, e che l'ho detto come se fosse una scusa. Non me l'ha insegnato nessuno. Ero già dentro la frase. C'ero sempre stata.
E lui, mentre esco, senza alzare la testa: Allura ni videmu. Come si dice a chi torna. Come si dice a chi non se n'è mai andata del tutto.